Imprese Longeve

 

La Stampa: informazione come impresa

DI PARIDE RUGAFIORI

 

Da quasi un secolo e mezzo “La Stampa” si colloca tra i pochi, grandi protagonisti della stampa italiana. Un giornale e un’azienda dal passato e dal presente ricco di esperienze innovative, sempre all’avanguardia editoriale e tecnologica, in grado di animare e difendere la libertà di opinione in fasi molto dure della storia italiana mettendo in campo risorse giornalistiche di grande rilievo. Senza mai tradire le profonde radici nella terra in cui si pubblica.

Due titoli per lo stesso giornale. Da “Gazzetta Piemontese” a “La Stampa”

Agli inizi, il 9 febbraio 1867, quando esce il primo numero, la testata reca il titolo di “Gazzetta Piemontese”.

Ne è fondatore Vittorio Bersezio, giornalista, volontario nelle campagne del 1848 e 1849, deputato, vicino alla Sinistra costituzionale ma soprattutto noto commediografo e romanziere. Lo affianca Casimiro Favale, titolare di una grossa tipografia poi deputato e senatore, già insieme a Bersezio nella fondazione e gestione di un altro giornale, “La Provincia”, poco diffuso e lasciato dai due a causa di forti pressioni governative.

Nella “Gazzetta Piemontese” Bersezio è il direttore, mentre Favale l’editore, e il quotidiano si colloca in sintonia con politici, che figurano nell’atto di nascita del giornale, come Berti, Plebano, Coppino, Nervo, Ponza di San Martino. Sono leader della Permanente, un gruppo di parlamentari su posizioni di centro ma pronti a votare con la Sinistra, piccolo borghesi ed esponenti della media borghesia professionale eletti nei collegi di Torino e del circondario.

Con questo supporto politico non stupisce che la “Gazzetta Piemontese” - due edizioni giornaliere e 7-8 mila copie di tiratura - colga le frustrazioni, i rancori, le rivendicazioni della società locale, in crisi per il trasferimento della capitale da Torino a Firenze nel 1864, all’insegna di un municipalismo intriso di nostalgia piemontesista.

Ma, al tempo stesso, Bersezio posiziona il quotidiano anche a favore di istanze progressiste quali il decentramento amministrativo, la riduzione delle spese militari e del carico fiscale in particolare per i ceti contadini oppressi dalla tassa sul macinato, la riforma del codice civile. Obbiettivi da raggiungere in una prospettiva di sviluppo economico affidato all’iniziativa privata, alla collaborazione tra borghesi e operai associati nelle società di mutuo soccorso che il giornale promuove, in nome del risparmio e del credito e con un approccio di matrice selfhelpista. È una linea vicina alla Sinistra costituzionale, sostenuta dalla “Gazzetta” dopo il 1876 appoggiando le riforme dei governi Depretis e Cairoli.

Nel 1880 Bersezio lascia la direzione a Luigi Roux, che da due anni è anche comproprietario del giornale a fianco di Carlo Favale, succeduto al fratello Casimiro, nella società in nome collettivo, dal 1887 società in accomandita, Luigi Roux e C. con 300 mila lire di capitale - due terzi a Roux, gerente, e un terzo a Favale, accomandante - costituitasi per la pubblicazione della “Gazzetta”. Roux, tipografo, libraio, editore di rilievo nella Torino di quegli anni poi senatore, rilancia il giornale e ne porta la tiratura a 20-25 mila copie, migliorandone l’andamento economico e la veste editoriale con un supplemento letterario, più cronaca, novelle e romanzi di appendice.

Diventato un quotidiano di rilievo nazionale letto con attenzione anche negli ambienti politici e parlamentari, sostenitore dell’Associazione liberal-progressista piemontese, la “Gazzetta” mantiene una linea di liberalismo moderatamente avanzato, a favore dell’ampliamento del suffragio, per una risoluzione della questione sociale che ora dia spazio alle organizzazioni sindacali, contro l’affarismo, il trasformismo, la finanza allegra. Evidente la sintonia con le posizioni di Zanardelli e Giolitti che il giornale torinese sostiene nella crisi degli anni Novanta, contro il colonialismo e la svolta autoritaria di Crispi, che attacca Roux tramite il prefetto e i deputati ministeriali mettendo in grossa difficoltà la “Gazzetta”, scesa a 7 mila copie per riprendersi solo dopo la caduta di Crispi.

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