Imprese Longeve


Caffarel: il cioccolato (e non solo) tra industria e artigianato

DI PARIDE RUGAFIORI

 

Da quasi due secoli Caffarel segna con la qualità dei prodotti e la ricercatezza delle confezioni la storia e la realtà dell’industria dolciaria e del cioccolato italiano, che trovano in Torino un’accogliente capitale. Il lungo e non sempre facile percorso della Caffarel testimonia la forza di un modello d’impresa tenacemente ancorato alla produzione di qualità sia nella dimensione artigianale che in quella industriale e al tempo stesso capace di anticipare e intercettare i mutamenti nel gusto e negli stili di consumo.

Tra Val Pellice e Torino. Le radici valdesi

Paul Caffarel vede la luce a San Giovanni, in Val Pellice, nel 1784. Figlio di Paul e Marie Muston, nasce in una famiglia non priva di risorse economiche, ma, di religione valdese, deve italianizzare nome e cognome in Paolo Caffarelli fino al 1848, quando i Valdesi tornano a poter usare il cognome originario.

Da San Giovanni si sposta a Torino dove, il primo maggio 1832, acquista in località Valdocco una conceria da Giacomo Watzenborn, anch’egli valdese, che sposa la figlia di Paul, Maurie Pauline, sorella di Pierre Paul e Jean Jacques Isidore, gli altri due figli di Caffarel.

In realtà la conceria non è più tale, in quanto, sempre sfruttando la forza idraulica derivante da una ruota sul canale Ceronda, l’attività è stata indirizzata alla produzione di cioccolato almeno a partire dagli anni 1819-1822 e ad opera di Giovanni Bianchini, «confetturiere» svizzero, inventore di una macchina per triturare il cacao.

Alla luce di questa dinamica, quindi, il 1826, richiamato dalla tradizione aziendale quale data che identifica l’inizio dell’attività, non sembra attendibile. L’inizio va spostato all’indietro, almeno al 1819-1822, se si fa riferimento alla produzione di cioccolato nell’opificio torinese, ma non per iniziativa di Caffarel, o, al contrario, e più credibilmente, in avanti, al 1832, se ci si riferisce all’avvio da parte di Caffarel della propria iniziativa imprenditoriale, nella stessa sede.

Del resto larga parte della vicenda aziendale nell’Ottocento rimane alquanto oscura.

Nel 1845 muore il fondatore e subentrano i due figli, Pietro Paolo e Giacomo Isidoro, che eredita la proprietà dell’edificio per intero.

Con l’Unità d’Italia, malgrado gli ostacoli legati alla disponibilità e al prezzo del cacao - questioni rimaste centrali nel lungo periodo, in quanto il cacao è materia prima basilare, importata e soggetta a restrizioni e imposizioni fiscali pesanti - la Caffarel cresce e si fa apprezzare a livello nazionale e internazionale, come testimoniano i riconoscimenti ottenuti per la qualità e bontà dei prodotti in varie fiere, mostre ed esposizioni.

Ed è un nuovo prodotto della Caffarel a entrare da protagonista nella storia del cioccolato italiano: un cioccolatino a forma di barchetta dalla pasta morbida nella quale una parte di cacao è sostituita dalla nocciola, la «tonda gentile delle Langhe», migliore al mondo. Avvolto per la prima volta in un’elegante confezione di carta stagnola, nasce così il gianduiotto (da Gianduja, la maschera torinese) nel 1865, in occasione del Carnevale.

Nel 1866 Milca, figlia di Pietro Paolo Caffarel, sposa Matteo Prochet, fratello di Michele, che nel 1877 diventa socio dei Caffarel (Pietro Paolo e il nipote Ernesto, figlio di Isidoro) e di Carlo Aymar, nella Caffarel Prochet & C.a, una società in nome collettivo.

Mentre lo stabilimento viene ampliato, sempre nell’area originaria, nel 1881 Ernesto Caffarel si scontra con Prochet e Aymar su questioni contabili, facendo emergere una situazione difficile per la società nei primi anni Ottanta, in sintonia con la precaria congiuntura economica nazionale, senza che però la Caffarel Prochet perda il prestigio acquisito, come testimoniano i riconoscimenti ottenuti all’Esposizione nazionale di Torino del 1884.