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Aurora: originalità e artigianato nell’innovazione

DI PARIDE RUGAFIORI

 

Nata nel 1919 a Torino, l’Aurora ha conservato nel tempo il profilo d’impresa impegnata a costruire un prodotto antico come la penna - e altri strumenti per la scrittura - intrecciando alto artigianato e innovazione. E mantenendo in Italia il progetto e la realizzazione di oggetti diventati alfieri del made in Italy in tutto il mondo. Un percorso lungo e complesso, guidato dai vari protagonisti imprenditoriali del passato e del presente di Aurora: Isaia Levi, Giovanni Enriques, Franco e Cesare Verona, attraverso le trasformazioni sociali e culturali del Novecento e del Duemila.

L’Aurora e la Sapem di Isaia Levi

La Fabbrica italiana di penne a serbatoio Aurora viene costituita nel 1919 come ditta individuale a Torino, dove è nato nel 1863 il suo fondatore, Isaia Levi, proprietario di una grande impresa tessile fondata dal padre Donato, con stabilimenti in varie parti d’Italia.

Alla fine della Prima guerra mondiale, che gli ha consentito d’incrementare le risorse finanziarie e d’intrecciare una fitta rete di utili relazioni, Levi è agli inizi di un ventennio - coincidente con il fascismo - segnato dalla dilatazione dei suoi interessi in vari settori (confezioni, grande distribuzione, cinematografia, gomma, finanza, elettricità, meccanica, immobiliare, fino all’editoria con la Zanichelli, acquisita nel 1930). Un’espansione che raggiunge livelli tali da portare l’uomo d’affari torinese, di origine ebraica, ai vertici del capitalismo italiano.

Nel 1919, la sua scelta d’investire con l’Aurora anche nella produzione e commercio di strumenti per la scrittura (penne in particolare, oltre a matite, inchiostri, articoli di cancelleria) corrisponde alla percezione delle potenzialità del settore che vanno sfruttate, come è chiaro a Levi, superando la soglia della piccola produzione, già presente a Torino, per acquisire una dimensione industriale in grado di puntare a livelli qualitativi e tecnici elevati e su un’estesa ed efficiente commercializzazione. E, soprattutto, valorizzando al meglio l’italianità delle penne di Aurora, in un mercato ancora largamente condizionato dai grandi produttori esteri.

È una scommessa che Levi vince, imitando agli inizi i modelli americani, della Waterman in particolare, ma con una qualità produttiva e con realizzazioni stilistiche tanto peculiari da conferire un particolare profilo di originalità alle penne Aurora, destinate al successo in Italia e all’estero.

I modelli degli anni Venti sia in ebanite e in metalli preziosi (RA, ARA) che in celluloide (Duplex) testimoniano una linea di tendenza consolidatasi nel tempo, oltre la crisi dei primi anni Trenta, quando l’azienda si ristruttura dal 1929 al 1931, passando a 250 a 150 dipendenti, con la direzione di Rodolfo De Benedetti, cugino di Isaia Levi, che sostituisce Franco Negri, direttore sin dalla fondazione.

Il successo di Aurora è trainato da un’efficace promozione commerciale, anche attraverso la partecipazione alle Fiere di Milano e Lipsia, e dalla cura per il marketing, diversificando produzione e marchi al fine di raggiungere segmenti differenziati di clientela.

Mentre vengono avviate produzioni attribuite a sottomarche (OLO, per i prodotti più economici e ASCO, per oggetti da regalo o promozione pubblicitaria dedicati alle aziende, poi in vendita per corrispondenza), l’Aurora inizia a espandersi a livello internazionale, in Francia (tramite accordi con la Edac), Polonia, Spagna e America Latina.

E durante la prima metà degli anni Trenta si succedono altri modelli come Superba, derivata dalla Duplex, Internazionale, Novum, Asterope ed Etiopia, pronta a sfruttare il traino pubblicitario dell’impresa coloniale italiana, in sintonia con la propaganda di regime.

Nel 1937, per evitare gli effetti della montante campagna antisemita, Isaia Levi trasforma le imprese individuali di sua proprietà in società anonime, in modo da poter intestarne i titoli azionari a persone fidate di razza ariana e religione cattolica.

Così costituisce la Società anonima penne e matite - Sapem, con 10 mila lire di capitale sociale aumentato a 900 mila tramite il conferimento alla Sapem della Fabbrica italiana di penne a serbatoio Aurora e l’emissione di azioni che Levi, senatore del Regno e presidente della società, «desidera siano tutte nominative, e ciò allo scopo di meglio seguire e controllare l’andamento di questa azienda che ha, nel suo concetto, lo scopo di una affermazione di italianità nella fabbricazione delle penne a serbatoio e delle matite». In realtà per intestarle all’occorrenza a fiduciari non ebrei.

Con un consiglio di amministrazione composto da uomini di fiducia di Levi - come Gabriele Lattes, vicepresidente - e, dal 1941, con Aldo Torchi, ingegnere, nella veste di direttore tecnico, per vari decenni in un ruolo centrale nell’impresa, mentre Ugo Rosso ne è il direttore generale, la nuova società, sempre forte del marchio Aurora, prosegue il percorso di crescita. La missione rimane quella, secondo i documenti aziendali, di produrre «una penna di nome italiano che gareggia vittoriosamente con quelle estere che per troppo tempo invasero il nostro mercato, a scapito dell’economia nazionale», in sintonia «con le direttive autarchiche del Regime».

Si succedono intanto nuovi modelli: Superna, Optima, Topolino e Biancaneve per i più giovani, Iridia, ML, Selene, costruita nella lega di acciaio Platiridio in sostituzione dei metalli preziosi,  difficili da reperirsi durante la guerra.

Come è ormai evidente - in una linea di tendenza già consolidata e destinata a mantenersi nel tempo - i modelli della casa torinese non sono portatori di invenzioni tecnologiche rivoluzionarie, ma si fanno apprezzare per particolari innovazioni tecniche e di stile, che definiscono il profilo specifico di un prodotto - e della sua immagine - percepito come unico e distintivo del marchio Aurora.

Le leggi razziali del 1938 non creano gravi problemi all’azienda, anche se Lattes deve lasciare l’Italia per l’Argentina nel 1939.  Infatti, la grande influenza economica e politica di Isaia Levi, in buoni rapporti con i vertici del regime, gli permette di ottenere prima, nel 1939, la «discriminazione», poi, nel 1940 - caso rarissimo - l’«arianizzazione». In tal modo, malgrado sia figlio di genitori entrambi ebrei e sposato con un’ebrea, viene dichiarato «non appartenente alla razza ebraica» e può mantenere così il controllo dei propri beni, compresa la Sapem che guida senza problemi almeno fino all’autunno 1943, quando, convertitosi al cristianesimo, chiede e ottiene protezione al Vaticano, dove si rifugia fino alla liberazione di Roma.

Le sue dimissioni formali da presidente e consigliere risalgono al luglio 1945, a guerra finita.

La guerra crea invece pesanti difficoltà alla Sapem - con il capitale sociale portato a 2 milioni nel 1941 - per effetto dei bombardamenti aerei che colpiscono gravemente la vecchia sede di Via Basilica, a Torino, nell’autunno 1943.

La produzione viene così interrotta e ripresa a fine 1943 con ritmi molto ridotti nell’Abbadia di Stura, la sede attuale, ovvero nell’immobile già acquistato nel 1942 ma non ancora allestito per ospitare uffici, impianti e magazzini in locali più adeguati alle nuove dimensioni aziendali.

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